Anteprima

Disoccupazione italiana: Nord e Sud divisi.

Paradosso italiano tra Nord e Sud. Differenze di disoccupazioni abissali.

  • 2017-01-23
  • Antonio Agostinacchio, Filippo Palamidessi

La disoccupazione in un paese è un indice che bisognerebbe sempre tenere sotto controllo. Bisognerebbe analizzarne l’andamento, capirne le motivazioni di un rialzo e intervenire preventivamente, perché un alto tasso di disoccupazione equivale al congelamento del mercato interno; sta ad indicare che c’è meno richiesta di lavoro, minor circolo della moneta e quindi minor crescita del paese stesso.

Ancora oggi, nel 2017, ci sono paesi, come il nostro paese, il cui tasso di disoccupazione raggiunge picchi esagerati. Ancora oggi giovani appena laureati, nel pieno delle forze, sono costretti a casa, a vivere con i genitori a 26 – 27 anni, perché non trovano lavoro. Dal 2000 ad oggi, con l’introduzione della moneta unica europea, tutti si sarebbero auspicati un futuro radioso e quindi privo di disoccupazione. Un futuro in cui ogni persona avrebbe potuto trovare lavoro con facilità, permettendosi così una vita dignitosa. Però oggi, guardandoci intorno, notiamo che le speranze di tutti sono morte ancora prima di nascere: i dati Istat parlano chiaro. Nel ultimo trimestre del 2016 il tasso di disoccupazione in Italia era del 11,4%, minore in Europa soltanto a Cipro, Croazia, Spagna e Grecia che detiene il record con il 23,2% di disoccupazione contro il 3,9% della Repubblica Ceca e il 4,2% della Germania.

Guardando i dati Istat il tasso di disoccupazione è cresciuto vertiginosamente dal 2008, anno d’inizio della crisi, un po’ per tutti gli stati europei. Se guardiamo più attentamente alla situazione interna in Italia, possiamo notare un paese diviso nettamente in due: Nord e Sud.

Se percorriamo lo stivale dall’alto verso il basso, passando in rassegna regione per regione, possiamo vedere come l’indice di disoccupazione si alzi fino a raggiungere all’estremo Sud picchi esagerati al livello di Spagna e Grecia. Si passa da un 6,8% del Nord ad un 18,6% al Sud, le due parti divise dal 9,8% del Centro Italia.

Qui di seguito un grafico con le percentuali regione per regione fino al 2015:

fonte Istat

È davvero paradossale vedere un cambiamento così vertiginoso all’interno di uno stesso stato; si passa da percentuali che rientrano nella bassa classifica europea come tasso di disoccupazione, a percentuali che al contrario, si posizionano alla vetta. Abbiamo la Provincia Autonoma Bolzano col tasso più basso in Italia: 2,5%; e la Sicilia col tasso più alto: 21,9%.

Differenze così rilevanti tra due parti di uno stesso stato, sono indice che qualcosa non va e che qualcosa non funziona e che forse non ha mai funzionato. Da sempre, dall’inizio della storia d’Italia, si è assistito ad una massiccia emigrazione dal Sud al Nord alla ricerca di una vita migliore. Era così 20 anni fa come lo è oggi, a differenza che oggi non si parla più di Nord Italia, ma di Nord Europa.

Forse è colpa della crisi o colpa del mal governo o addirittura colpa dell’Europa, fatto sta che oggi trovare lavoro nel nostro paese è un’impresa non da poco e chi riesce a trovarlo, molto spesso è costretto ad accontentarsi di “quello che c’è” non riuscendo neanche a realizzarsi professionalmente. Per questo motivo, molti, forse più coraggiosi di altri, o forse più disperati, decidono di fare le valigie e lasciare la propria terra per andare fuori l’Italia o addirittura fuori la stessa Europa.

Allegato un grafico con la disoccupazione provinciale del nostro stato:

Articolo scritto da Antonio Agostinacchio

fonte Istat

Questione giovanile

Quanto è colpa della nazione? Quanto è invece colpa dell’individuo?


Fra i più grandi problemi del nostro paese rientra sicuramente quello della disoccupazione giovanile, un disagio non solo economico quanto sociale e psicologico per i nostri ragazzi. Fra le cause principali rientrano il sistema scolastico per certi aspetti obsoleto, il troppo superficiale rapporto scuola-impresa, la mentalità diffusa e la criminalità organizzata.

Dati Istat alla mano, questo fenomeno è in crescente peggioramento, si è passati dal 17% al 29% negli ultimi 10 anni. Sono sempre più i giovani che non riescono a farsi strada nella costruzione di un loro futuro, ogni anno che passa.

fonte Istat

L’economia italiana come la salute psicofisica del giovane ne risultano sicuramente danneggiate.
Numerosi studi hanno difatto messo in evidenza quanto l’esperienza della disoccupazione possa minare l’animo del non-lavoratore, aggravando stati patologici e favorendo l’insorgere di problemi di vario tipo che spaziano da semplici disturbi del sonno a vere e proprie crisi di identità. Il giovane si etichetta con lo status di perdente, di fallito e di parassita, e non riesce più ad affrontare quella che è la vita comunitaria; è allo sbando, è nichilista e risulta privo di ogni iniziativa.

Analizziamo le possibili cause dell’avvento di un così terribile fenomeno sociale partendo proprio dal sistema scolastico.
Politiche di integrazione poco serie, infrastrutture spesso tutt’altro che all’avanguardia, mancanza quasi totale di borse di studio e di incentivi per gli studenti, scarso e quasi inesistente rapporto fra scuola e impresa sono alcuni dei motivi per i quali l’istruzione italiana è piuttosto bassa nella classifica Europea. Tutto ciò, insieme chiaramente ad altri fattori, fa sì che il giovane individuo veda lavoro e istruzione come due mondi completamente separati e non come l’uno il naturale continuo dell’altra; spesso non scorge lo scopo di ciò che sta facendo e non si prefissa una meta da raggiungere nella vita, poiché non ha una guida forte, e si ritrova quindi solo faccia-a-faccia contro la società.

E’ in questi contesti che la malavita si fa strada. Il giovane privo di prospettiva vede una strada più facile nello spaccio, nel furto o nella truffa. Vede lo stato abbandonarlo, la società rivoltarsi contro la sua condizione di presunta inutilità e allo stesso tempo contempla la possibilità di racimolare soldi vendendo qualche grammo d’erba.

Un altro fattore è sicuramente la diffusa mentalità per la quale invece che indagare sulle possibili cause del proprio fallimento, accettarlo stoicamente e tentare di risollevarsi dal baratro, si cerchi piuttosto un qualche capro espiatorio a giustificare ogni male. E’ colpa dell’immigrato che ruba il posto di lavoro, del governo ladro, delle istituzioni e della fazione politica opposta alla propria, ma mai è colpa della propria mancanza di iniziativa o di umiltà.

Quanto è quindi colpa della nazione, e quanto è invece colpa dell’individuo? Cosa si dovrebbe fare, per fermare tutto ciò? Seguire i più audaci e migrare all’estero o tentare di fare qualcosa qua per aiutare il paese?

Articolo scritto da Filippo Palamidessi